Gli ultimi leninisti

La data era straordinariamente evocativa: 12 aprile, proprio il giorno in cui, nel 1984, il Senatur fondava la Lega lombarda. Lo erano i protagonisti: lo stesso Umberto Bossi e sua moglie Manuela Marrone, mentre a fissare l’appuntamento col notaio era stato, ancora una volta, Giuseppe Leoni, primo leghista a Montecitorio nel 1987.

Roberto Maroni e Umberto Bossi

Roberto Maroni e Umberto Bossi

Ce n’era abbastanza perché le agenzie cominciassero a parlare della fondazione di un’altra Lega, di osservanza bossiana da contrapporre a quella “riorganizzata” dal segretario e governatore della Lombardia, Roberto Maroni. Invece no, si trattava “solo” della fondazione di una rivista “culturale”, magari da allegare alla Padania.  Bossi non si arrende, anzi: «Non è vero niente. Resto, non ho mai pensato a un altro partito».

Ma chissà come, mentre Maroni si esercita nell’antica pratica leninista ispirata dal celebre «epurandosi, un partito si rafforza» letto sul “Che fare?” (e creativamente praticato da un secolo da praticamente ogni formazione della sinistra extra o ultra-parlamentare), la fondazione di una rivista politico-culturale evoca un’altra modalità molto amata da chi, almeno una volta, è stato comunista. E che immancabilmente precede l’espulsione. O meglio la «radiazione», che nel lessico gotico-lenista è meno grave, ma che comunque avviene sempre per «frazionismo» e si trascina dietro sospetti di «indegnità morale». Esattamente come avvenne il 24 novembre del 1969 quando il Comitato centrale del Pci approvò a larga maggioranza (tre contrari e tre astenuti) la relazione di Alessandro Natta con la quale si chiedeva l’allontanamento del gruppo raccoltosi attorno al Manifesto.

Certo, nell’atteso dibattito di oggi al Consiglio nazionale della Liga veneta per procedere all’espulsione dei dissidenti, e decidere i destini di Marco Reguzzoni, non si vedranno schierate personalità del calibro di Berlinguer, Longo, Amendola, Pajetta; ed è anche difficile paragonare Bossi a Luigi Pintor e Manuela Marrone a Rossana Rossanda. Ma, «si parva licet, comportare magnis», questa resta una storia “leninista” che meriterebbe le attenzioni almeno dei “Marxisti per Tabacci”.
Soprattutto perché le cronache ci raccontano anche di una telefonata “chiarificatrice” tra Bossi e Maroni che il neo-governatore lombardo avrebbe ricevuto mentre si stava occupando dell’invasione dei cinghiali nella Gardesana. Un tocco per coniugare l’epopea della Rivoluzione d’Ottobre con le avventure di Asterix.


Lega di lotta e di sottogoverno

Il senatore Giuseppe Leoni, nel 1984, è tra i fondatori con Umberto Bossi e Manuela Marrone della Lega Autonomista Lombarda, che prenderà poi il nome di Lega Lombarda con la quale viene eletto alla Camera nel 1987, subentrando a Bossi che opta per il Senato. Varesino doc  è, ovviamente, un fedelissimo del senatur che ha difeso a spada tratta dalle accuse che gli sono venute dopo l’esplosione del caso Belsito.

Il senatore Giuseppe Leoni

Un veterano della Lega e il più ascoltato,  da fondatore dei Cattolici padani, in Vaticano fra gli uomini del Carroccio.  Nasce come architetto ma il suo è un curriculum politico di tutto rispetto che, fra le molte benemerenze,  gli ha assicurato anche l’incarico di Commissario straordinario dell’Aereo Club d’Italia.

Come tale, scrive Carlo Picozza sull’Espresso, «dopo essersi rivolto ai giudici per ottenere il risarcimento di un danno personale ma, a causa persa, ha attinto 15mila 700 euro dalle casse dell’Aero Club d’Italia per pagare le spese legali». Di più: «Ha intitolato 18 aerei pubblici agli amici della Lega nord, da Bossi a Calderoli, a se stesso e all’ex ministro Tremonti». Ancora: «Con migliaia di euro dell’ente ha regalato un prezioso orologio a un attore che non ricorda di averlo mai ricevuto». Per questo è finito sotto inchiesta ma  la sua attività parlamentare non ne ha affatto risentito.

Infatti, nella notte del 26 luglio, ha proposto all’aula un suo emendamento alla “spending review” nel quale si leggeva «Dopo il comma 26, inserire il seguente: 26-bis. Il Commissario straordinario dell’Aero Club d’Italia adegua lo Statuto ai principi in materia sportiva previsti dal decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, come modificato dal decreto legislativo 8 gennaio 2004, n. 15, nonché ai principi desumibili dallo Statuto del CONI e dalle determinazioni assunte dal CONI medesimo. Per il raggiungimento di tali obiettivi l’Incarico di Commissario straordinario è prorogato, con poteri di amministrazione ordinaria e straordinaria, sino alla data di insediamento degli organi ordinari dell’Ente e, comunque, per un periodo non superiore ad un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge».

Il problema è che il Commissario straordinario è proprio lui. E il problema, ancor maggiore, è che quell’emendamento è passato e che a protestare vivacemente sono state, a livello istituzionale, soltanto le Federazioni Sportive Aeronautiche, che in loro un documento «esprimono la loro più profonda indignazione e rammarico nell’apprendere la notizia che il senatore Leoni ha provveduto ad inserire nel disegno di legge della “spending rewiew” un emendamento con il quale si auto rinnova per un ulteriore anno il mandato di Commissario Straordinario dell’Ente Pubblico Aero Club d’Italia. Ricordiamo che il Senatore Leoni, già da oltre un anno e mezzo Commissario Straordinario dell’Ente, si è segnalato per essere stato incapace ad assolvere il mandato conferitogli, come deliberato dal Consiglio di Stato, per aver sprecato denaro pubblico nella gestione dell’ente, per aver compiuto atti che integrano l’abuso di potere, per aver distratto denaro pubblico compiendo azioni che sono state denunciate per peculato e truffa ai danni dello Stato».

Potrebbe il neo segretario federale Roberto Maroni, per rendere almeno un poco più credibile la sua operazione di pulizia, considerare l’ipotesi di chiedere al suo senatore-aviatore di scollarsi dalla poltroncina?


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